domenica 26 aprile 2009

Necrologio a pagamento apparso sulla Repubblica del 29-06-1996

Il 29 giugno del '94, un clandestino, che vuole raggiungere l'Italia, arriva ad un passaggio di confine tra la Turchia e la Grecia; segue per forza percorsi di ripiego, e nel pieno della notte, piglia coraggio e tenta di passare tra le mine di quel luogo: viene colpito al femore ed al collo, ed è trafitto agli occhi dalle schegge. E cede, dagli squarci, tutto il sangue. e muore, muore, muore... Ma in quel breve morire, tutta quanta la vita è rispecchiata. Infatti un clandestino invano resiste ad ogni colpo, invano tiene testa a tutte le esclusioni: lo bracchèrà sempre la stessa sorte, fino all'ultimo respiro. Siccome dovunque è in soprannumero ed è sempre di troppo, emigra senza posa e non può fare altro; dal mondo non vuole essere escluso in anticipo di morte; perciò, se indietro è ricacciato, per altre vie s'è già rimesso in marcia; saranno di sicuro giornate sovraccariche e spietate, ma vuole credere che da qualche parte, a un tratto, qualche cosa di bene gli succeda; e va in ogni contrada, contro ogni speranza, fiducioso, e cede, come sangue, tesori di pazienza e di vigore; si fermerà soltanto se l'accogli, o se l'uccidi.

Rabah Chafei Rocco

aveva 23 anni, quella volta. Apparteneva a tutta quella gente maltrattata e coraggiosa, che cerca, ansiosamente, in nuovi mondi la sua patria; ed era già inciampato, insieme ai suoi compagni, in altre insidie, o scivolato in trappole e imboscate di pregiudizi vili e devastanti come mine. A lungo io l' ho veduto, da vicino, in quella china, dove avanzano a tentoni gli immigrati: tra gli stenti della strada, la durezza dei lavori e un impiccio prepotente in ogni ufficio. Lui, lo avevano espulso dall'Italia il 5 maggio del '90. C'era scritto: "non poteva usufruire della sanatoria"; il TAR scriverà invece che "le leggi sull'ingresso ed il soggiorno non risultano violate dall'immigrato, il quale, a quella data, risultava già autorizzato a soggiornare sul territorio nazionale". Insomma, avevano sbagliato. E con inesorabile solerzia, senza far spreco di giuste ragioni, avevano espulso un immigrato già" perfettamente in regola: Rabah era diventato, per decreto prefettizio, un clandestino. In seguito, da Roma, più volte fu concesso il benestare al suo rientro. Più volte i nullaosta, già concessi, finirono imbrigliati tra le cortine e i veli di impervie ed agguerrite disfunzioni; o, forse, li andarono fuorviando eccentriche censure, sviste spericolate, sbadati andirivieni, e tanta immacolata ostilità; e quando finalmente i nullaosta trovarono la nostra giusta sede consolare, Rabah, che più non ci contava, già stava camminando verso l'ultima frontiera, e non fu più raggiunto. Ed era ormai sepolto da sei giorni, quando fu pubblicata la sentenza che accoglieva il suo ricorso e annullava l'espulsione. Per questo o quel puntiglio, per questo o quell'assillo, dai nostri confini fu bandito; e spinto alla deriva, fu perduto. Dall'altra parte d'una scrivania, dov'era il fulcro di tutta quella giostra che non voleva mai farla finita, vollero contestarci anche il diritto di dire "'mio figlio, mio padre…" proprio perché adottivi Dicevo "sono il padre" e la risposta era "quello non è Suo figlio". Noi, allora, mostravamo il decreto del Tribunale di Napoli che il 30 gennaio del '91 aveva stabilito l'adozione. "Appunto: non è un figlio vero" tornavano a obiettare da quel pulpito: giacché forse premeva l'arguzia i scovare un' impostura in quei valori della nostra civiltà, che invece, ai nostri occhi, davano impronta e qualità a un incontro qualunque della vita. Non ci piaceva che fosse l'elemosina tra un benestante e un giramondo suo assistito. Noi preferimmo l'intimità, e il riguardo, che c' è nella famiglia. Questo formalizzò la 1egge: e ci sottrasse alla dialettica della beneficenza, e a quel tanto di cattiva intenzione e di offesa e di ricatto che in ogni favore sempre è contenuto. E questo a noi piaceva. Invece, pare che proprio in questo vi sia dell'indecenza, s' annidi un pericolo sociale: chi apre la porta all' immigrato come a uno di famiglia, e non chiede chi entra se abbia un nome, permesso di soggiorno e garanzie, ma bada solamente se ha un dolore, è un incosciente che dà rifugio ai malintenzionati. E perché nulla di seccante accada al vicinato, o alla nazione dei cittadini di prima scelta, via con la noia di perquisire la nostra casa, via con l'azzardo di tener dietro a dicerie. Via con le accuse, e con gli arresti: Rabah per spaccio, S. due rapine in banca, e D... anche lui per rapina a mano armata. E poi succede come in ogni riffa: non se ne azzecca una. Prosciolti, tutti, dal giudice istruttore: "per non aver commesso il fatto" o "perché deve escludersi la partecipazione degli indagati ai fatti oggetto del processo", come dicono le carte processuali passate in giudicato. Nessuno chiese scusa, mai, per quelle settimane di galera agli innocenti, né per quel bando ingiusto dai confini, e tutto il resto appresso che ne venne. Forse non gliene importa mica un accidente. Avessero anche solo sussurrato un dispiacere, potremmo oggi sperare una maggiore cautela verso uomini e donne senza risorse né difesa. Invece il pregiudizio resiste a tutte le smentite, lancia campagne ingrate contro gli immigrati,e tiene tutti ancora sotto tiro: ci porterà negl'anni, chissà quali altri guai. E avremmo assai bisogno di vicini. Cittadino italiano nato fuori d'Italia, io non l'avrei mai detto né creduto che avrei vissuto un giorno in un ordinamento dove non c'è talento per il mondo o gratitudine; dove si scaccia per l'ombra di un sospetto o un'impressione a vanvera, o forse per crudo disamore e indifferenza; dove più a lungo che si può rimane elusa l'accoglienza, o viene addirittura rapinata all'immigrato; dove la legge tanto ha tralignato che adesso esistere nel nostro territorio, senza il salvacondotto, fa diventare ogni emigrante un reo. Pare che quel che importa è sbarazzarsi d'ogni clandestino, che è sempre una presenza dannosa e deplorevole, e bisogna scongiurarla, con qualunque cosa. Ed è un gioco di pazzi. Ma forse solo agli occhi d'emigranti. Ma da Rabah non c'è più da temere, è già giocato: non c e più sangue nelle sue vene, non c'è più sguardo dentro i suoi occhi, non ne rimangono che vuote spoglie, dentro la buca non c'è un po' d'aria da respirare, non potrà mai riprender fiato, e non potrà rimettersi in marcia, e non andrà più in nessun luogo, non farà nulla, non darà seccature, mai più qualcuno lamenterà la sua presenza. Era solo un clandestino, uomo senza nessuna importanza: ne svanirà presto il ricordo, e sarà come non fosse esistito, come non fosse esistito affatto. Ma io me n'addoloro, perché non lo potrò più rivedere, e un senso di sconfitta irreparabile mi prende, un'ira, un sentimento di vana e inadempiuta civiltà. E, forse, ricordando la sua storia, ho solo dato sfogo a un dispiacere. Ricordarlo non lo riporta in vita di sicuro. Ma io so bene che è esistito e come: perciò prima di ogni altra cosa, vorrei aver dato un po' di voce ancora alla sua vita, al suo punto di vista, alla sua sfida a qualcheduna delle sue ragioni, e a quel vissuto, che lo accomuna a tanti che sono ancora in vita, e ai quali tutti i giorni, viene fatto, come se nulla fosse, quello che a lui fu fatto.

José Antonio Rocco

Napoli, 29 giugno 1996

Wikipedia: il caos e l'ordine

"L'enciclopedia on-line Wikipedia è un esempio impressionante di intelligenza collettiva globale in funzione. Le sue voci aggregano interventi redazionali secondo un semplice meccanismo stocastico. In questo studio si dimostra che vi è una forte correlazione fra il numero degli interventi e la qualità delle voci. Argomenti di particolare interesse o rilevanza sono così portati in primo piano in via del tutto naturale. Ciò è particolarmente significativo, in quanto 1) Wikipedia è usata spesso come fonte di informazione e 2) altri grandi fenomeni di collaborazione come lo sviluppo di software, la progettazione industriale e la qualità totale, sono tutti noti per essere fonte di risultati sempre più ambigui man mano che le dimensioni del progetto crescono".

D. M. Wilkinson e B. A. Huberman, Assessing the value of cooperation in Wikipedia, febbraio 2007.

Cervello sociale all'opera

Chiunque si sia connesso con il sito di Wikipedia e vi abbia navigato, lavorato, discusso, contribuendo per qualche infinitesimo di punto percentuale al caotico crescere di questo recente fenomeno, avrà notato il suo strano comportamento anti-dissipativo. Mentre quasi tutti i sistemi organizzati soffrono per la legge dei rendimenti decrescenti, cioè diventano meno efficienti con l'aumentare delle dimensioni, l'enciclopedia internettiana sembra invece (finora) guadagnare in efficienza e precisione proprio con la crescita. E in quanto a dimensioni il fenomeno è tutt'altro che trascurabile. Milioni di persone aggiungono tessere al mosaico, aggregandosi in comunità spontanee di ricerca o facendosi il sangue cattivo con chi ha la testa piena di luoghi comuni. Vale la pena di parlarne prima che sia divorata dal mercato e diventi una merce fra tante, come mostra già qualche sintomo.

Wikipedia è "semplicemente" un'enciclopedia su Internet. La sua caratteristica principale consiste non solo nella mancanza del supporto cartaceo ma nel fatto che nessuno l'ha redatta secondo un progetto tradizionale, nessuno la vende o ci guadagna, nessuno ne controlla i contenuti e nessuno ne è proprietario. Non è mai esistita un'enciclopedia cartacea, per quanto curata, professionale e affidabile, che abbia potuto mobilitare milioni di utenti-redattori per la sua realizzazione gratuita, attirare miliardi di accessi su milioni di voci, suscitare una superproduzione di articoli sui giornali di tutto il mondo.

In termini strettamente tecnici Wikipedia è un programma, una serie di stringhe di codice che organizzano un contenuto secondo delle regole. Ma il contenuto è immesso dall'esterno, da sconosciuti. Non fa parte del programma, né il programma è in grado di indirizzarlo. E le regole possono essere cambiate mentre procede il lavoro per il contenuto stesso. Wikipedia è dunque un fenomeno autopoietico, che si fa da sé. Come disse Kevin Kelly quando era direttore di Wired: è tecnologia che incomincia ad assumere caratteristiche biologiche. Una rete di macchine e uomini che non è più semplicemente un marchingegno tecnologico con i suoi utenti ma un organismo vivente, con tanto di codice genetico e capacità evolutiva.

Per noi, come sanno i lettori di questa rivista, è una delle tante manifestazioni del cervello sociale, individuato fin dalle origini dell'industrializzazione nelle macchine intese non come singolarità meccaniche ma come sistema. Se un secolo e mezzo addietro fu solo Marx a sottolinearlo, oggi sono in molti a riconoscerlo. Wikipedia è un buon esempio di simil-organismo dotato di intelligenza collettiva, che supera di gran lunga il vecchio modello dell'alveare come corpo disaggregato fatto di cellule-individuo differenziate per compiti. Come tutti i fenomeni complessi di questo mondo, ha qualcosa da insegnare ai comunisti. Prendiamo ad esempio l'impersonalità. Ogni contributo è anonimo e nessuno può sapere se a redigere, poniamo, le voci su Greta Garbo e su Einstein siano rispettivamente un famoso fisico intento a divertirsi e un'attrice che si diletta di fisica. Certamente il famoso fisico che scrivesse una fesseria sulla propria materia avrebbe moltissime probabilità di essere corretto da qualche dilettante. E la comunità dei wikipediani è pronta a difendere una conclusione, quando sia discussa e controllata.

Nel mondo wiki non c'è solo l'enciclopedia

Wikipedia non è affatto il regno dell'anarchia, come qualcuno ha sostenuto. Tutt'altro: è un organismo fortemente centralizzato dal suo programma genetico al quale bisogna sottomettersi. E non è neppure il regno della democrazia, come hanno sostenuto altri. La democrazia è un'astrazione ideologica, mentre il metodo wiki è pragmatico come un sistema produttivo: ogni utente contribuisce secondo la propria conoscenza specifica e conquista "autorità" con la propria competenza, perciò non è "eguale" all'altro; nessuno ha bisogno di delegare il proprio operato ad altri e non vi sono sedi di rappresentanza; nessuno si fa strada "politicamente", cioè adottando aprioristicamente un'etichetta di qualche genere al di sopra delle proprie capacità effettive; non vi è un governo eletto, niente assomiglia a uno Stato e neppure a delle classi. Per di più la legge della rete stabilisce senza alcuna consultazione chi o cosa debba rappresentare un hub, cioè un nodo sensibile del sistema. Infine, la distribuzione statistica del lavoro fra le voci si manifesta con una classica curva esponenziale, che non è certo segno di egualitarismo ideologico.

Il sistema è a modo suo organico e la capacità non si tramuta in meritocrazia, l'altra stupida faccia della proprietà intellettuale, la peggiore che esista. Ognuno che si guadagni la propria autorità sul campo della conoscenza non può trarne profitto, può solo metterla a disposizione degli altri. La libertà è totale, compresa quella di danneggiare la conoscenza accumulata. Siccome però il fine del sistema è l'accumulo di conoscenza, il suo codice genetico permette un intervento collettivo di riparazione, e in genere il danno è eliminato in pochi minuti. Se si ricorre a "votazioni", non è per eleggere un governo sulla base di rappresentanze: chi sa fare un lavoro lo fa senza tante storie e non ha bisogno di essere "governato". E comunque più che di votazioni si tratta di appelli alla ricerca di una soluzione condivisa, come succede fra gente che deve lavorare (e non chiacchierare di politica). Questo all'interno di un sistema senza classi, o formato da una "classe" unica (la classe dei wikipediani, ovviamente), come nei sindacati o nei soviet (gli unici luoghi dove i comunisti dell'epoca rivoluzionaria ammettevano il metodo democratico). Può succedere − e succede − che si formino camarille sulla base di pregiudizi ideologici, ma ci sarebbe da stupirsi se fosse il contrario. Vi sono pure ex appassionati che abbandonano tutto, delusi dal fatto che Wikipedia riflette troppo la società così com'è e non assomiglia al modello ideale che avevano in testa. Se producesse anche scissioni collettive, assomiglierebbe del tutto a un partito. Tra l'altro molto più organico di quelli propriamente detti.

Ognuno può andarsi a leggere la storia della sua nascita, avvenuta appena sei anni fa, scritta dall'enciclopedia stessa. Naturalmente nei miti di fondazione c'è ancora l'individuo, o più individui; ma nessun "inventore" avrebbe mai potuto "creare" dal nulla un simile fenomeno. Anzi, la leggenda narra che esso fu suggerito da ciò che già succedeva fra compilatori di codice in gruppi di lavoro; persino il nome deriva da un esempio di auto-organizzazione notato all'aeroporto di Honolulu (wiki è una parola hawaiana), dove i passeggeri si sbrogliavano da sé per i bagagli con meno confusione che nei tradizionali sistemi di smistamento. Forse si può risalire ai primordi del lavoro collettivo al computer, quando, all'inizio degli anni '80, la Hewelett Packard introdusse il concetto di team computing, un modello di progettazione nel quale conoscenze separate di individui anche lontani tra di loro, venivano messe in comune per lo sviluppo di un prodotto qualsiasi tramite le prime rudimentali reti.

Il grattacielo e il termitaio

Oggi wikipedia è un serbatoio di conoscenza in ebollizione che "contiene" sei milioni e mezzo di "voci" in 250 lingue e dialetti, compilate con 236 milioni di interventi da 5,8 milioni di persone e consultate a una media di 16.500 volte al secondo 24 ore su 24. Le cifre inerenti alla dinamica della crescita mostrano una curva esponenziale non ancora giunta al punto di flesso. Ciò significa che, come succede agli organismi viventi, è a tutt'oggi nella prima infanzia, vale a dire lontana dalla tipica curva "logistica" studiata dall'auxologia, la scienza della crescita biologica.

Non sappiamo per quanto tempo il fenomeno resisterà all'attacco del capitalismo: i server costano, quella mole di traffico dev'essere gestita, il mercato preme per l'utilizzo a fini di valore, c'è già raccolta di fondi e qualcuno sta già suggerendo di vendere qualche servizio per l'autofinanziamento. Magari si incomincia dall'innocuo gadget come la maglietta sponsorizzatrice e si finisce nel vortice del Capitale. Staremo a vedere. Naturalmente anche la società così com'è si riflette in questo suo sottosistema intelligente e auto-organizzantesi. Una voce su Michelangelo dà meno problemi che non una su Lenin o Mussolini, e le voci scientifiche sono particolarmente curate, all'altezza di quelle dell'Enciclopedia Britannica, come segnala uno studio di Nature. A proposito: la prestigiosa madre di tutte le enciclopedie sarà ancora stampata, ma s'è dovuta adeguare a comparire anche in CD e su Internet, dove è consultabile a pagamento (una versione ridotta è gratuita).

Come abbiamo detto, il lavoro di Wikipedia è diffuso ma centralizzato, non da qualcuno ma da un programma, cioè da una serie di regole semplici attenendosi alle quali il caos diventa ordine. E di caos ce n'è tanto. Una delle regole è non scrivere opinioni ma fatti. O dichiarare che sono opinioni. Un bel problema. Eppure, nella maggior parte dei casi, come in un alveare o meglio ancora in un termitaio, alla fine si raggiunge un risultato. Con gli stessi criteri spontanei che osserviamo in quegli organismi collettivi, si forma una divisione tecnica del lavoro sulla base di una cooperazione automatica dove non servono gerarchie "politiche". Quindi la divisione sociale del lavoro è completamente superata nei fatti. In tale contesto la sommatoria degli interventi tesi a realizzare voci, ad ampliarle, a modificarle o eliminarle è di carattere statistico, per cui tende a prevalere la conoscenza al livello più alto e condiviso, al di là di ciò che pensano i singoli agenti.

Vi è naturalmente immissione abbondante di stupidaggini, scherzi, vandalismi, sabotaggi, autosponsorizzazioni, opinioni di pazzi e altro rumore di fondo che il sistema fatica a metabolizzare. Ma se snobbare il sistema stesso è facile, è anche perfettamente inutile. È ovvio che altri sistemi enciclopedici nati con un progetto scientifico-editoriale sono meglio organizzati e ogni singola voce è scritta in buona lingua da specialisti pagati, ma il confronto si può fare solo fra fenomeni compatibili. E Wikipedia non è compatibile con le enciclopedie tradizionali. Sarebbe come paragonare un termitaio con l'Empire State Building, magari guardando dall'alto in basso il primo perché… meno architettonico del secondo. Il termitaio è una forma di vita caotica che sa darsi un'armonia olistica interna, sconosciuta a un ammasso di acciaio, vetro e cemento che fa da involucro a uffici di aziende ognuna delle quali esiste per farsi gli affari suoi.

Fenomenologia di una rete

Quello che ci sembra strano è la mancanza di studi sistemici su questo fenomeno, studi alla Leroi-Gourhan o alla Kelly, tanto per intenderci (cfr. bibliografia). Cercando su Internet non ne abbiamo trovati, cosa che ci fa pensare perlomeno alla loro rarità. Ci sono degli studi a partire dalla teoria delle reti, dalla scienza della complessità e del caos, dalla sociologia, dalla matematica statistica, dall'analisi dei contenuti e della loro credibilità, ma non abbiamo trovato una teoria evolutiva del sistema. Quando ad esempio la rivista Nature ha fatto la sua indagine su un ventaglio di voci scientifiche comparandole a quelle dell'Enciclopedia Britannica e le ha trovate ad un livello non troppo dissimile, ci ha fornito un dato di fatto, ma non la spiegazione della loro genesi all'interno di un sistema che ne produce e ne migliora in continuazione.

Lo studio da noi citato in apertura si limita a una dimostrazione matematica del meccanismo di formazione delle voci. Ed è citato sulla stessa Wikipedia, in una delle sue parti dedicate al lavoro comune. In esso si tenta di analizzare la struttura evolutiva del sistema, struttura che va al di là della semplice compilazione originaria di ogni singola voce e che consiste negli interventi sulla voce stessa, i quali danno luogo ad interventi successivi, ecc. Il tutto immerso in un ambiente che scambia vorticosamente informazione attraverso molteplici percorsi, dai singoli progetti per aree tematiche, alle strutture tecniche del sistema, fino al "bar" dove si discute sui problemi di gestione/informazione, fino ad altre aree dove si entra in rapporto con il sistema in base a un complesso di ramificazioni e dove − almeno in teoria − si è tutti al servizio di tutti. Il numero dei nuovi interventi su una data voce ad un dato tempo è una percentuale (variabile a caso, data la complessità di un sistema nel quale interagiscono degli esseri umani reattivi) sul numero totale degli interventi precedenti. Questa semplice caratteristica del sistema produce una distribuzione statistica degli interventi ad andamento esponenziale: di fronte a un grande numero di voci con pochi interventi, vi è uno sproporzionatamente piccolo numero di voci con molti e moltissimi interventi. All'aumentare del tempo, questa caratteristica si accentua: più sono numerosi gli interventi su di una voce, più la stessa richiama interventi. E per adesso non sembra vi sia un minimo accenno di stabilizzazione, a dimostrare che l'evoluzione è ancora in corso (cfr. n+1 n. 20).

Analizzando la correlazione fra il numero degli interventi sulle voci e la loro qualità secondo determinati parametri (completezza, affidabilità, grammatica e sintassi, illustrazione, impaginazione, ecc.) gli autori hanno notato che la qualità migliora con l'aumentare del numero degli interventi, dei redattori e del tempo. Per di più ciò succede di regola sulle voci di maggior rilevanza piuttosto che sulle voci "minori". Vale a dire che non siamo di fronte a un semplice fare e disfare, e neppure a una crescita caotica, ma che il sistema si dà un orientamento; e l'aumento degli interventi dovuto all'aumento delle singole persone che intervengono produce ordine e informazione invece che disordine e "rumore". La formalizzazione dà luogo a un'equazione che descrive le proprietà statistiche del sistema, per cui, conosciute le condizioni di partenza, si è in grado di prevedere, entro limiti di tempo non troppo lunghi (le relazioni sono di tipo lineare, ma il comportamento umano non lo è, quindi nel tempo intervengono fattori imprevedibili), una condizione futura. La formula è verificata, dicono gli autori, su 50 milioni di interventi dovuti a quasi 5 milioni di persone su 1,5 milioni di voci per la durata di cinque anni.

Anche se gli studi e gli articoli consultati ci dicono abbastanza poco sulle caratteristiche quasi-darwiniane dell'evoluzione di Wikipedia, tanto ci basta. A noi non interessa la competizione con l'Enciclopedia Britannica nelle cui voci scientifiche analizzate Nature ha trovato "solo" 123 errori contro i 162 delle corrispondenti su Wikipedia. A noi interessano i 5 milioni ed oltre di anonimi sconosciuti che hanno lavorato gratis per dar vita a un fenomeno di cui possiamo solo intuire la portata. Ci interessa il meccanismo che abbiamo spiegato e che ricorda un organismo vivente in crescita evolutiva. Ci interessano i rapporti che si instaurano fra le cellule di questo organismo, il conflitto tra l'individualismo inculcato dalla società capitalistica e l'anti-individualismo insito nel sistema. Che qualcuno provi a cambiare una virgola al grande professore ben pagato per fare una voce della Britannica! Si sentiranno alte grida per lesa autorità, in difesa della solita proprietà intellettuale. Su Wikipedia chiunque partecipi al grande gioco sa benissimo che non sarà proprietario neppure per un minuto di ciò che scrive, che chiunque altro potrà correggere, cancellare, migliorare, sbeffeggiare o apprezzare il lavoro appena fatto. Ovviamente se insiste sulla rivendicazione delle proprie opinioni solleva un vespaio cozzando contro altre opinioni, ma alla fine entra in gioco una specie di antivirus collettivo, per cui, più o meno elegantemente, in modo più o meno sofferto, l'enciclopedia evolve a dispetto dei fenomeni individualistici che non può sopprimere.

La teoria del cesso

Uno degli ex redattori della Britannica, con assai scarso fair play inglese, ha paragonato Wikipedia a un cesso pubblico (public restroom) dove si può trovare della sporcizia e bisogna fare attenzione a non prendersi qualche accidente. Anche quando fosse ripulito da poco, la sicurezza nell'utilizzo sarebbe solo apparente, dato che non si potrebbe sapere chi si fosse seduto sulla tazza un attimo prima. L'immagine è folkloristica ma abbastanza corretta. Ciò nonostante non spariranno le toilette pubbliche nelle città, nei treni, nei ristoranti e negli aerei. Anche le prestigiose enciclopedie a pagamento sono ad utilizzo pubblico pur essendo di proprietà privata. Sono sempre pulite e pubblicano solo merda d'autore (cioè la conoscenza che passa la società borghese), ma non garantiscono affatto che l'autore stesso non abbia qualche malanno contagioso. Funzionano come un cesso pubblico pulito: non si sa comunque chi si sia seduto un attimo prima. Nature ha trovato "solo" 123 errori nelle voci spulciate sulla Britannica ma il fatto è che ne ha trovati, e guarda caso sono per lo più errori di opinione e di omissione da parte di scienziati dal portafoglio ben rifornito. Invece quei dilettanti di Wikipedia hanno così poca propensione agli allori della gloria che si limitano a redigere le voci più con fatti che con opinioni. Per quanto formalmente perfetta, qualunque enciclopedia d'oggi, ufficiale o fricchettona, trasmette sempre il virus micidiale dell'ideologia dominante, ma se è compilata da accademici la patologia di regola peggiora.

Naturalmente da questo punto di vista Wikipedia non può che aderire alla realtà sociale di oggi: in fondo chi realizza e modifica le voci le copia da altre enciclopedie o ricorda ciò che ha letto sui libri. Non cambia molto, il circolo sembra assolutamente vizioso. Ma ciò che rompe questa catena è un altro fattore: la dinamica del sistema aperto, del "cesso pubblico", sporco fin che si vuole ma pubblico; pieno di microbi contro i quali possono però svilupparsi degli anticorpi; addirittura auto-fertilizzante, in certi casi. Esso è in grado di evolvere perché è un organismo che lotta per sopravvivere nel suo ambiente che è l'intera società, mentre un'enciclopedia tradizionale è un'azienda che lotta solo per sopravvivere alla concorrenza. Per questo i wikipediani autentici incominciano ad avere paura, a ragione, che l'organismo si contamini a contatto con il mercato.

Dove Wikipedia appare veramente come un cesso è nei rapporti fra wikipediani, spesso anche tra quelli investiti di responsabilità nella gestione del sistema. In questo campo non c'è nessuna differenza con le riunioni di condominio e le faide di partito. All'osservatore esterno sembra immensamente ridicolo che cadano così in basso proprio coloro che si sciacquano la bocca con grandi principii di libertà, democrazia e comunità. Ma questa caduta di stile, che sembra un difetto capitale, rivela invece una specie di miracolo. Wikipedia funziona nonostante l'uomo capitalistico individualista e animalesco, incapace di giungere all'altezza del cervello sociale che egli stesso contribuisce a realizzare. La discriminante non è quindi la nascita di una nuova comunità, ché per quello si dovrà aspettare un bel po', ma il potenziale evolutivo, la crescita di un sistema che non è solo l'enciclopedia. Non cresce solo il numero delle voci, quelle si fa in fretta ad aumentarle (ad esempio c'è stata la proposta di immettere in modo automatico su Wikipedia Italia tutti i nomi degli asteroidi). E ci sono migliaia di ragazzini che scrivono una voce magari su una canzone o un singolo fumetto, o individui isolati che scrivono la recensione del libro preferito. Il fatto è che in tutto il mondo le community wiki si moltiplicano a ritmo incalzante. L'enciclopedia on-line non è la sola wiki-esperienza. Molti gruppi di lavoro, dediti alle più disparate attività, hanno adottato il metodo wiki. Gruppi di software, di progetto meccanico, di logistica, persino scrittori e musicisti producono materiale in evoluzione mediante l'interattività e la conoscenza condivisa. Anche la Sinistra Comunista "italiana" ha sempre lavorato con metodo wiki, anche se ovviamente non lo chiamava così (i gruppi di lavoro erano detti "dei negri", riprendendo la scherzosa definizione usata da Alessandro Dumas padre, il quale per i suoi romanzi assemblava il prodotto collettivo di diversi scrittori raggruppati in un atelier). Come ha fatto notare The Economist, vi sono ormai milioni di persone che lavorano con questo metodo e il fenomeno sembra inarrestabile. Le comunità wiki sono il complemento collettivo dei blog, i siti Internet individuali, anch'essi ormai diventati milioni. Se il blog ha spesso caratteri addirittura narcisistici, mentre il wikigruppo di lavoro è ormai parte integrante di un'ulteriore socializzazione della produzione, anche l'insieme dei blog produce informazione che altrimenti non esisterebbe. C'è ovviamente il rischio di overdose, ma è indubbio che siamo agli inizi di una seconda era neozoica dove i nuovi organismi in evoluzione ed estinzione non sono più uomini e mammuth ma cyborg, organismi cibernetici, una ibridazione uomo-industria completa, in continuità con le intuizioni di Marx. Alla faccia di quelli che credono ancora che la sua fosse una "filosofia ottocentesca".

"Supponiamo ora di aver prodotto in quanto uomini…"

Wikipedia potrebbe anche morire fagocitata dal Capitale. Secondo Il Sole 24 Ore sarebbe in corso un'operazione per un motore di ricerca in concorrenza con quelli esistenti. Sarebbe interessata anche una grande azienda come Amazon. I wikipediani smentiscono ma nello stesso tempo sono perplessi. Sarà interessante vedere cosa faranno, perché sarebbe facile per loro far saltare il sistema cui essi stessi hanno dato vita. Costringerlo a blindarsi e quindi ad autonegarsi, cioè a morire. Perché nel frattempo sono nate altre enciclopedie on-line, più curate e con articoli firmati, come Citizendium, e altre esistevano prima, come Encarta e la stessa Britannica (pubblicata on-line nel 1999). Senza il lavoro gratuito che dà un carattere darwiniano al sistema wiki la concorrenza sarebbe spietata, e il capitalismo uccide chi non sa o non può competere. Comunque, come abbiamo visto, il substrato materiale da cui è nata Wikipedia è un Ordine che non ha figliato solo il fenomeno "enciclopedia on-line", e ogni rampollo di queste determinazioni materiali continuerà ad evolversi indipendentemente dall'estinzione o meno di una delle Specie che ne compongono la ramificazione. L'estinzione dell'Australopiteco, una specie che si stava muovendo su di un particolare ramo evolutivo, non ha impedito l'avvento del Sapiens, che si stava muovendo su di un altro: una volta imboccata una biforcazione, i rami evolutivi si rendono indipendenti e marciano per la loro strada.

Perciò può morire Wikipedia, ma vi sono altri rami evolutivi che anticipano l'avvento dell'uomo umano. Il comunista rozzo, come dice Marx, vede nei fenomeni sociali d'oggi nient'altro che una possibilità di riforma all'interno di questa società, mentre in essa si possono già osservare fenomeni inerenti a quella futura, certo riuscendo a porsi al livello di essa e non lasciandosi fagocitare da quella presente. L'uomo capitalistico oggi produce in quanto appendice disumanizzata del Capitale per il Capitale, e quindi riflette questo dato di fatto in tutto ciò che vede e tocca. Egli produce, e subito aliena da sé il prodotto. Ma non è detto che sia sempre così:

"Supponiamo di aver prodotto in quanto uomini. Ognuno di noi avrebbe doppiamente affermato nella sua produzione sé stesso e l'altro. Io avrò: 1) materializzata nella mia produzione sia la mia individualità che la sua particolarità, e avrò gioito sia di una manifestazione individuale della vita che della contemplazione dell'oggetto prodotto. 2) Nella tua soddisfazione e godimento per l'uso del mio prodotto io troverò un godimento immediato, sia per la consapevolezza di aver soddisfatto un bisogno umano col mio lavoro che per avere materializzato la mia natura umana procurando a un altro essere umano l'oggetto che corrisponde alla sua. 3) Di essere stato per te l'intermediario tra te e la specie umana, e per tal fatto di essere sentito e riconosciuto da te come un complemento del tuo proprio essere e come una necessaria parte di te stesso, dunque di sapermi affermato tanto nel tuo pensiero quanto nel tuo amore. 4) Di aver prodotto nella mia manifestazione di vita individuale la tua manifestazione di vita e di avere dunque affermato e realizzato nella mia attività, direttamente, la mia vera essenza; ossia il mio essere umano e il mio essere sociale" (Marx, Estratti ecc. da Mills).

Molti – è noto – sono coloro che si chiedono a quale scopo e con quale spirito 5,8 milioni di persone hanno dato vita a questo strano cervello sociale che è Wikipedia. Senza particolari soddisfazioni, senza guadagno, senza gloria, per il puro gusto di collaborare a un progetto collettivo. Probabilmente la risposta più vicina al vero è che esse hanno incominciato a "produrre" da uomini per altri uomini invece che da alienati per il Capitale.

LETTURE CONSIGLIATE

  • D. M. Wilkinson e B. A. Huberman, Assessing the value of cooperation in Wikipedia (e-brochure), laboratori Hewelett Packard, Palo Alto, California, 22 febbraio 2007. L'opuscolo, reperibile su Internet, riporta una imponente bibliografia.

  • Per il comportamento dei sistemi che hanno caratteristiche analizzabili secondo la teoria delle reti vedi: La legge della miseria crescente, n+1 n. 20, al capitolo "Una dimostrazione parallela".

  • André Leroi-Gourhan, Il gesto e la parola, Einaudi, 1977.

  • Kevin Kelly, Out of Control, Apogeo, 1996.

  • Kevin Kelly, Nuove regole per un nuovo mondo, TEA, 2002.

  • Robert Axelrod, Giochi di reciprocità, Feltrinelli, 1985 (l'emergenza di fenomeni collaborativi razionali dalla reiterazione di comportamenti individualistici interagenti).

  • The Economist, "The Wiki principle", 20 aprile 2006.

  • The Economist, "Battle of Britannica", 30 marzo 2006.

  • The Economist, "Wikipedia, fact or fiction?", 10 marzo 2007.

  • Roberto Reale, "Il mondo si interroga su Wikipedia", Il Sole 24 ore, 12 marzo 2007.

  • Karl Marx, "Estratti dal libro di James Mill", Marx-Engels Opere Complete, vol. III, Editori Riuniti, 1976 (qui citato nella traduzione di Amadeo Bordiga).

fonte: http://www.quinterna.org/

sabato 11 aprile 2009

cohousing

Assemblea del condominio che non c'è ancora

"Un esperimento di cohousing a due passi dalla città". Sul manifesto c'è l'invito a una riunione e l'indirizzo del sito Internet. Il quale è collegato a un network italiano e ad altri, americani ed europei. Andiamo a vedere. Non abbiamo forse scritto che questa società non può fare a meno di anticipare soluzioni tipiche della società futura, anche se stravolte dalle categorie di questa?

In un ampio locale arrivano centoventi persone. Ci sono le foto di una grande cascina com'era nel secolo scorso e com'è adesso, i disegni del progetto, un'animazione in 3D su computer, un proiettore multimediale. Gli organizzatori sono una decina. Parlano solo in tre, il rappresentante del comune, l'impresario e il presentatore. Il primo fa gli onori di casa; il secondo espone le credenziali della ditta, alcune note sul progetto e i costi; il terzo espone la teoria e la prassi dei sistemi di cohousing. Ha studiato il problema per sei mesi in California. Proietta foto di esperimenti italiani ben riusciti. Descrive in dettaglio il progetto con le eventuali varianti. Sì, dice il presentatore, perché la vita in cohousing può essere intesa come in un normale condominio con alcuni servizi in comune, oppure come un esperimento radicale, che può cambiarvi completamente la vita. Decidete voi. Il messaggio è basato su un predominante ricorso all'insopportabilità della vita senza senso: la metropoli che ti soffoca, l'ambiente intatto che ti manca, la vita in comune che non c'è più, l'affanno dovuto a overdose di attività e informazione.

Silenzio di tomba. Alcune coppie di mezza età se ne vanno subito con l'aria di chi non ha tempo da perdere. Un intervenuto alza la mano: "Mi chiedo che tipo di investimento occorra, dal punto di vista psicologico, per giungere ad accettare un tipo di vita cui non siamo abituati e che probabilmente scatena conflitti fra i partecipanti". Dice proprio così: investimento.

La risposta ci fa sobbalzare sulla sedia: "Meno, molto meno di quanto non crediate. In fondo noi viviamo così da meno di cento anni. Non ne abbiamo più il ricordo, ma i nostri nonni facevano una vita comunitaria più stretta di quella che si conduce nella maggior parte degli esperimenti di cohousing. Dirò di più: noi ci siamo evoluti per due milioni di anni in comunità, non siamo mai stati separati come adesso. Noi siamo già fatti così, non abbiamo bisogno di diventare così. Ci sono già decine di milioni di americani che vivono in comune".

Ancora imbarazzo e silenzio. Scricchiolano le sedie. Qualcuno si schiarisce la voce. Infine partono altre domande. S'è rotto il ghiaccio, si parla di prezzi, di termini di consegna, insomma, di cose pratiche. L'edificio da ristrutturare è molto grande. La superficie abitabile complessiva è circa 1.500 metri quadri, più una stalla monumentale, fienili e cantine. In questi ultimi spazi la bozza di progetto prevede le parti comuni. Ci sono alloggi di diverse metrature, per singoli e per famiglie. Il cortile è vasto, intorno c'è del verde. Il progetto è tutto tecnologia e sapiente recupero. Il relatore lo magnifica, l'impresario cerca di capire se ci sono compratori. Ne salta fuori uno, giovane, appassionato di informatica. Altri s'interessano.

D'accordo, è solo un condominio, anche se un po' speciale. Ci sono alcune coppie di giovani che non parlano, gli occhi fissi ai progetti e alle foto. Chissà a cosa stanno pensando. Verremo a sapere in seguito che una comunità s'è formata.

fonte: http://www.quinterna.org/

giovedì 9 aprile 2009



A famous chess match played by Life and Death in a strange place.
Filmato di Gabriele Ciucchi su Youtube





Grazie a Gabriele Ciucchi e Francesco Piantini che mi hanno permesso di realizzare questa prova!

domenica 5 aprile 2009

Salvare il sistema finanziario globale? No, grazie

Ormai è troppo tardi, troppo grande per salvarlo.
La finanza malata d'ipertrofia
Il valore globale dei «prodotti finanziari» è parecchie volte il Pil mondiale. È troppo. La sfida reale non è salvare il sistema ma definanzializzare le economie, argomenta Saskia Sassen
Saskia Sassen
Quello che viene impropriamente chiamato «gruppo dei venti» (G20) si è riunito a Londra il 2 aprile 2009 per discutere su come salvare il sistema finanziario globale. È troppo tardi. La prova è che non abbiamo le risorse per salvare questo sistema - neanche se volessimo. È diventato «troppo grande da salvare» (non «troppo grande per fallire», come si dice per giustificare il soccorso ai colossi bancari, ndt): il valore degli assets finanziari globali supera di parecchie il Prodotto interno lordo (Pil) globale. La vera sfida non è salvare questo sistema, ma definanziarizzare le nostre economie, come premessa per superare il modello attuale di capitalismo. Perché mai il valore degli assets finanziari dovrebbe ammontare quasi al quadruplo del Pil complessivo dell'Unione europea, e ancor più per quanto riguarda gli Usa? Che vantaggio hanno i comuni cittadini - o il pianeta - da questo eccesso?
La domanda si risponde da sola. Esplorare più a fondo i meccanismi nascosti del sistema finanziario che ha portato il mondo a questa crisi significa anche intravedere un futuro oltre la finanziarizzazione. Il compito che il G20 dovrebbe affrontare non è salvare questo sistema finanziario, ma cominciare a definanziarizzare le principali economie in misura tale che il mondo possa andare verso la creazione di un'economia «reale» capace di garantire sicurezza, stabilità e sostenibilità. C'è molto lavoro da fare.
La logica
Una caratteristica specifica del periodo iniziato negli anni '80 è l'uso di strumenti estremamente complessi, tesi a nuove forme di accumulazione originaria, per cui i soldi dei contribuenti sono l'ultima frontiera da sfruttare. Le imprese globali che esternalizzano centinaia di migliaia di posti di lavoro nei paesi a basso reddito hanno dovuto sviluppare modelli organizzativi complessi, facendo ricorso a esperti estremamente costosi e abili. A quale scopo? Poter contare su più lavoro possibile al prezzo più basso possibile, compreso il lavoro non qualificato che sarebbe poco remunerato anche nei paesi sviluppati. L'elemento insidioso è che i milioni di centesimi risparmiati si traducono in guadagni per gli azionisti.
La finanza ha creato strumenti finanziari sofisticati per spremere i magri guadagni delle famiglie a reddito modesto offrendo credito per beni superflui, e (ancor più grave) promettendo loro la proprietà una casa. Lo scopo era assicurarsi il maggior numero possibile di titolari di carte di credito e di mutui, per adescarli agli strumenti d'investimento. Non importa poi che i mutui o le carte di credito siano onorati: quel che conta è assicurarsi un tot di prestiti da trasformare in «prodotti d'investimento». Una volta creato il meccanismo, l'investitore non dipende più dalla capacità individuale di ripagare il prestito o il mutuo. L'uso di queste sequenze complesse di «prodotti» ha consentito agli investitori di accaparrarsi profitti di migliaia di miliardi di dollari alle spalle di persone dal reddito modesto. Ecco la logica della finanziarizzazione, diventata dominante dall'inizio dell'era neoliberista, negli anni '80.
Così negli Stati Uniti - vivaio per queste forme di accumulazione originaria - ogni giorno 10.000 proprietari di casa, in media, perdono la propria abitazione perché pignorata. Si stima che nei prossimi quattro anni, negli Stati Uniti, da 10 a 12 milioni di famiglie non saranno in grado di pagare il mutuo; alle condizioni attuali perderebbero la casa. E' una forma brutale di accumulazione originaria: di fronte alla possibilità (quasi sempre solo immaginaria) di possedere una casa, molte persone a basso reddito porranno a garanzia i loro magri risparmi o guadagni futuri.
Questo tipo di complessità mira a estrarre valore aggiunto ovunque sia possibile: dai piccoli e modesti, e dai grandi e ricchi. Questo spiega perché il sistema finanziario globale è in crisi permanente. A dire il vero, il termine «crisi» è fuorviante: quello che succede è più vicino al business as usual, è il modo in cui funziona il capitalismo finanziarizzato nell'era neoliberista.
A partire dagli anni '80, la finanziarizzazione di sempre più vasti settori economici è diventata sia un segno del potere di questa logica finanziaria, sia un segno del suo auto-esaurimento. Quando tutto è finanziarizzato, la finanza non può più estrarre valore. Ha bisogno di settori non finanziarizzati su cui basari. L'ultima frontiera è il denaro dei contribuenti: che è denaro reale, alla vecchia maniera, non (ancora) finanziarizzato.
Il limite
La specificità della crisi attuale sta proprio nel fatto che il capitalismo finanziarizzato ha raggiunto i limiti imposti dalla sua stessa logica. Ha avuto successo nell'estrarre valore da tutti i settori economici attraverso la loro finanziarizzazione. Ha permeato una parte così grande di ogni economia nazionale (specie nel mondo altamente sviluppato), che le aree dell'economia da cui può ancora estrarre capitale non finanziario sono diventate troppo ridotte, e non possono fornire sufficiente capitale per salvare il sistema finanziario nel suo insieme.
Per esempio: nel settembre 2008 - mentre la crisi esplodeva con il crollo di Lehman Brothers - il valore globale degli assets finanziari (cioè: indebitamento) nel mondo intero era di 160.000 miliardi di dollari: ovvero tre volte e mezzo il Pil globale. I soldi disponibili non bastano per salvare il sistema finanziario.
Prima che l'attuale «crisi» esplodesse, il valore degli assets finanziari negli Usa aveva raggiunto il 450% del Pil, vale a dire quattro volte e mezzo il Pil totale (vedi «Mapping global capital markets», McKinsey Report, ottobre 2008). Nell'Unione europea, esso ammontava al 356% del Pil. Più in generale, il numero dei paesi dove gli assets finanziari superano il valore del Pil è più che raddoppiato, da 33 nel 1990 a 72 nel 2006.
Inoltre nell'ultimo decennio il settore finanziario è cresciuto in Europa più in fretta che negli Stati Uniti, soprattutto perché è partito da un livello più basso: il suo tasso composto di crescita annuale negli anni 1996-2006 è stato del 4,4%, a fronte del 2,8% per gli Stati Uniti.
Neanche le economie capitalistiche - tralasciando se questo sia più o meno desiderabile - hanno bisogno di assets finanziari quattro volte il valore del Pil. Anche in una logica capitalistica, finanziare ancora il settore finanziario per risolvere la «crisi» finanziaria non funzionerà: non farebbe altro che accrescere il vortice della finanziarizzazione delle economie.
Le proporzioni
Un altro modo di leggere la situazione è attraverso i diversi ordini di grandezza del sistema bancario e di quello finanziario. Nel settembre 2008, il valore degli assets bancari ammontava a svariate migliaia di miliardi di dollari; ma il valore totale dei Cds (credit-default swaps) - la goccia che ha fatto traboccare il vaso - ammontava a quasi 60.000 miliardi di dollari. Si tratta di una somma maggiore del Pil globale. Quando i debiti sono venuti a scadenza, i soldi non c'erano. Più in generale - e ancora una volta, per dare un'idea degli ordini di grandezza che il sistema finanziario ha creato a partire dagli anni '80 - il valore totale dei derivati (una forma di indebitamento, e lo strumento finanziario più comune) era di oltre 600.000 miliardi di dollari. Questi assets finanziari sono cresciuti molto più rapidi di ogni altro settore economico (Gillian Tett, «Lost through destructive creation», Financial Times, 9 marzo 2009).
Il livello del debito negli Stati Uniti oggi è più alto che durante la Grande Depressione degli anni '30. Nel 1929 il rapporto debito-Pil era all'incirca del 150%; nel 1932 era cresciuto al 215%. Nel settembre 2008, lo scoperto per l'indebitamento relativo ai Cds - un prodotto made in America (e, ricordiamolo, è solo un tipo di debito) - corrispondeva a più del 400% del Pil. In termini globali, il valore del debito nel settembre 2008 era di 160.000 miliardi di dollari (il triplo del Pil globale), mentre il valore dei derivati senza copertura è un quasi inconcepibile 640.000 miliardi (14 volte il Pil di tutti i paesi del mondo).
Queste cifre dimostrano che il momento attuale è davvero «estremo». Ma non è anomalo, né è determinato da fattori esogeni (come suggerirebbe l'idea di «crisi»). Piuttosto, è il modo normale di operare di questo particolare tipo di sistema finanziario. Inoltre i governi (cioè i cittadini e i contribuenti), ogni volta che hanno salvato il sistema finanziario, sin dalla prima crisi di questa fase - il crollo della borsa di New York del 1987 -hanno dato alla finanza gli strumenti per continuare la sua corsa speculativa. Dagli anni '80 a oggi ci sono state cinque manovre di salvataggio; ogni volta, i soldi dei contribuenti sono stati usati per pompare liquidità nel sistema finanziario, e ogni volta la finanza li ha usati per speculare. Questa volta, le vacche grasse stanno finendo - abbiamo finito i soldi che servirebbero per le enormi esigenze del sistema finanziario.
Il ponte
Quanto sopra esposto implica che vi sono due sfide da affrontare: l'esigenza di definanziarizzare le principali economie e l'esigenza di uscire dal modello attuale del capitalismo.
Entrambe saranno difficili, ma è utile focalizzarsi su alcuni fatti basilari. L'attuale stima della disoccupazione globale ufficiale è di 50 milioni di unità; l'Organizzazione internazionale del lavoro (Ilo) calcola che altri 50 milioni di persone potrebbero perdere il lavoro per l'aggravarsi della recessione. Queste cifre sono tragiche per le persone coinvolte. Sono anche relativamente modeste (senza minimizzare in alcun modo la realtà umana), se confrontate ai due miliardi di persone nel mondo disperatamente povere. Ma quanti «posti di lavoro» sarebbero creati se ci fosse un sistema il cui obiettivo fosse sfamare questi due miliardi di persone e dare loro un alloggio? Il mondo allora avrebbe bisogno di far lavorare questi 50 milioni di persone ora disoccupate - e di far rientrare in gioco un altro miliardo di lavoratori.
In questa luce, la «crisi» finanziaria potrebbe essere un ponte verso un nuovo ordine sociale. Potrebbe aiutare tutti i soggetti interessati - cittadini e attivisti, Ong e ricercatori, comunità locali e reti, governi democratici - a focalizzarsi sul lavoro che serve per dare una casa a tutti, per depurare la nostra acqua, per rendere più verdi i nostri edifici e le nostre città, per sviluppare un'agricoltura sostenibile (compresa l'agricoltura urbana) e per fornire assistenza sanitaria universale. Questo nuovo ordine garantirebbe un impiego a chiunque interessato a lavorare. Con tutto il lavoro che c'è da fare, l'idea della disoccupazione di massa ha poco senso.
Già da decenni esiste la tecnologia per sostenere questo lavoro, e contribuire a debellare le malattie che affliggono milioni di persone, e produrre cibo per tutti. Eppure milioni di umani muoiono ancora per malattie prevenibili, e ancor più soffrono la fame. La povertà si è radicalizzata: se un tempo significava possedere solo un fazzoletto di terra che non produceva molto, oggi consiste nel possedere solo il proprio corpo. Anche l'ineguaglianza è aumentata e ha assunto nuove dimensioni, compresi una nuova classe globale di super-ricchi e l'impoverimento dei tradizionali ceti medi.
La storia dell'ultima generazione conferma che la forma neoliberista di economia di mercato non rispondere ai problemi di malattie, fame, povertà e ineguaglianza - anzi li rafforza. Un mix di mercati «puliti» e di forte welfare state (come in Scandinavia) ha prodotto fino a oggi i risultati migliori; ma per la maggior parte delle economie capitalistiche anche approssimare questo modello comporterebbe un cambiamento radicale (vedi Amartya Sen, «Capitalism Beyond the Crisis», New York Review of Books, 26 marzo 2009).
* Questo testo è tratto da Open Democracy, 2 aprile 2009
(Traduzione Marina Impallomeni)
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SASKIA SASSEN è nota in Italia soprattutto come teorica delle «città globali», ma l'oggetto della sua analisi è più in generale la sociologia della globalizzazione (ha fatto anche parte del «gruppo di Lisbona»).
Sassen ha insegnato alla
London School of Economics e all'Università di Chicago.
Attualmente è ordinaria di sociologia e membro del
Committee on Global Thought alla Columbia University di New York.
Tra i suoi libri tradotti in italiano:
Territorio, autorità, diritti (Bruno Mondatori, Milano 2008); Una sociologia della globalizzazione (Einaudi, Torino 2008); Globalizzati e scontenti (Il Saggiatore, Milano 2002);
Migranti, coloni, rifugiati: dall'emigrazione di massa alla fortezza Europa (Feltrinelli, Milano 1999);
Città globali: New York, Londra, Tokyo (Utet, Torino, 1997);
Le città nell'economia globale (Il Mulino, Bologna 1997).