domenica 26 aprile 2009

Necrologio a pagamento apparso sulla Repubblica del 29-06-1996

Il 29 giugno del '94, un clandestino, che vuole raggiungere l'Italia, arriva ad un passaggio di confine tra la Turchia e la Grecia; segue per forza percorsi di ripiego, e nel pieno della notte, piglia coraggio e tenta di passare tra le mine di quel luogo: viene colpito al femore ed al collo, ed è trafitto agli occhi dalle schegge. E cede, dagli squarci, tutto il sangue. e muore, muore, muore... Ma in quel breve morire, tutta quanta la vita è rispecchiata. Infatti un clandestino invano resiste ad ogni colpo, invano tiene testa a tutte le esclusioni: lo bracchèrà sempre la stessa sorte, fino all'ultimo respiro. Siccome dovunque è in soprannumero ed è sempre di troppo, emigra senza posa e non può fare altro; dal mondo non vuole essere escluso in anticipo di morte; perciò, se indietro è ricacciato, per altre vie s'è già rimesso in marcia; saranno di sicuro giornate sovraccariche e spietate, ma vuole credere che da qualche parte, a un tratto, qualche cosa di bene gli succeda; e va in ogni contrada, contro ogni speranza, fiducioso, e cede, come sangue, tesori di pazienza e di vigore; si fermerà soltanto se l'accogli, o se l'uccidi.

Rabah Chafei Rocco

aveva 23 anni, quella volta. Apparteneva a tutta quella gente maltrattata e coraggiosa, che cerca, ansiosamente, in nuovi mondi la sua patria; ed era già inciampato, insieme ai suoi compagni, in altre insidie, o scivolato in trappole e imboscate di pregiudizi vili e devastanti come mine. A lungo io l' ho veduto, da vicino, in quella china, dove avanzano a tentoni gli immigrati: tra gli stenti della strada, la durezza dei lavori e un impiccio prepotente in ogni ufficio. Lui, lo avevano espulso dall'Italia il 5 maggio del '90. C'era scritto: "non poteva usufruire della sanatoria"; il TAR scriverà invece che "le leggi sull'ingresso ed il soggiorno non risultano violate dall'immigrato, il quale, a quella data, risultava già autorizzato a soggiornare sul territorio nazionale". Insomma, avevano sbagliato. E con inesorabile solerzia, senza far spreco di giuste ragioni, avevano espulso un immigrato già" perfettamente in regola: Rabah era diventato, per decreto prefettizio, un clandestino. In seguito, da Roma, più volte fu concesso il benestare al suo rientro. Più volte i nullaosta, già concessi, finirono imbrigliati tra le cortine e i veli di impervie ed agguerrite disfunzioni; o, forse, li andarono fuorviando eccentriche censure, sviste spericolate, sbadati andirivieni, e tanta immacolata ostilità; e quando finalmente i nullaosta trovarono la nostra giusta sede consolare, Rabah, che più non ci contava, già stava camminando verso l'ultima frontiera, e non fu più raggiunto. Ed era ormai sepolto da sei giorni, quando fu pubblicata la sentenza che accoglieva il suo ricorso e annullava l'espulsione. Per questo o quel puntiglio, per questo o quell'assillo, dai nostri confini fu bandito; e spinto alla deriva, fu perduto. Dall'altra parte d'una scrivania, dov'era il fulcro di tutta quella giostra che non voleva mai farla finita, vollero contestarci anche il diritto di dire "'mio figlio, mio padre…" proprio perché adottivi Dicevo "sono il padre" e la risposta era "quello non è Suo figlio". Noi, allora, mostravamo il decreto del Tribunale di Napoli che il 30 gennaio del '91 aveva stabilito l'adozione. "Appunto: non è un figlio vero" tornavano a obiettare da quel pulpito: giacché forse premeva l'arguzia i scovare un' impostura in quei valori della nostra civiltà, che invece, ai nostri occhi, davano impronta e qualità a un incontro qualunque della vita. Non ci piaceva che fosse l'elemosina tra un benestante e un giramondo suo assistito. Noi preferimmo l'intimità, e il riguardo, che c' è nella famiglia. Questo formalizzò la 1egge: e ci sottrasse alla dialettica della beneficenza, e a quel tanto di cattiva intenzione e di offesa e di ricatto che in ogni favore sempre è contenuto. E questo a noi piaceva. Invece, pare che proprio in questo vi sia dell'indecenza, s' annidi un pericolo sociale: chi apre la porta all' immigrato come a uno di famiglia, e non chiede chi entra se abbia un nome, permesso di soggiorno e garanzie, ma bada solamente se ha un dolore, è un incosciente che dà rifugio ai malintenzionati. E perché nulla di seccante accada al vicinato, o alla nazione dei cittadini di prima scelta, via con la noia di perquisire la nostra casa, via con l'azzardo di tener dietro a dicerie. Via con le accuse, e con gli arresti: Rabah per spaccio, S. due rapine in banca, e D... anche lui per rapina a mano armata. E poi succede come in ogni riffa: non se ne azzecca una. Prosciolti, tutti, dal giudice istruttore: "per non aver commesso il fatto" o "perché deve escludersi la partecipazione degli indagati ai fatti oggetto del processo", come dicono le carte processuali passate in giudicato. Nessuno chiese scusa, mai, per quelle settimane di galera agli innocenti, né per quel bando ingiusto dai confini, e tutto il resto appresso che ne venne. Forse non gliene importa mica un accidente. Avessero anche solo sussurrato un dispiacere, potremmo oggi sperare una maggiore cautela verso uomini e donne senza risorse né difesa. Invece il pregiudizio resiste a tutte le smentite, lancia campagne ingrate contro gli immigrati,e tiene tutti ancora sotto tiro: ci porterà negl'anni, chissà quali altri guai. E avremmo assai bisogno di vicini. Cittadino italiano nato fuori d'Italia, io non l'avrei mai detto né creduto che avrei vissuto un giorno in un ordinamento dove non c'è talento per il mondo o gratitudine; dove si scaccia per l'ombra di un sospetto o un'impressione a vanvera, o forse per crudo disamore e indifferenza; dove più a lungo che si può rimane elusa l'accoglienza, o viene addirittura rapinata all'immigrato; dove la legge tanto ha tralignato che adesso esistere nel nostro territorio, senza il salvacondotto, fa diventare ogni emigrante un reo. Pare che quel che importa è sbarazzarsi d'ogni clandestino, che è sempre una presenza dannosa e deplorevole, e bisogna scongiurarla, con qualunque cosa. Ed è un gioco di pazzi. Ma forse solo agli occhi d'emigranti. Ma da Rabah non c'è più da temere, è già giocato: non c e più sangue nelle sue vene, non c'è più sguardo dentro i suoi occhi, non ne rimangono che vuote spoglie, dentro la buca non c'è un po' d'aria da respirare, non potrà mai riprender fiato, e non potrà rimettersi in marcia, e non andrà più in nessun luogo, non farà nulla, non darà seccature, mai più qualcuno lamenterà la sua presenza. Era solo un clandestino, uomo senza nessuna importanza: ne svanirà presto il ricordo, e sarà come non fosse esistito, come non fosse esistito affatto. Ma io me n'addoloro, perché non lo potrò più rivedere, e un senso di sconfitta irreparabile mi prende, un'ira, un sentimento di vana e inadempiuta civiltà. E, forse, ricordando la sua storia, ho solo dato sfogo a un dispiacere. Ricordarlo non lo riporta in vita di sicuro. Ma io so bene che è esistito e come: perciò prima di ogni altra cosa, vorrei aver dato un po' di voce ancora alla sua vita, al suo punto di vista, alla sua sfida a qualcheduna delle sue ragioni, e a quel vissuto, che lo accomuna a tanti che sono ancora in vita, e ai quali tutti i giorni, viene fatto, come se nulla fosse, quello che a lui fu fatto.

José Antonio Rocco

Napoli, 29 giugno 1996

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